IL DISCORSO ESCATOLOGICO (Matteo 24-25)

di S.E.Mons. L. Brandolini

· E’ l’ultimo dei discorsi, il cui scopo non è di descriverci il futuro (eskaton = le ultime cose) ma di orientare i discepoli verso il futuro ed invitarli alla vigilanza, com’è del resto per tutti i sinottici. Il discepolo non deve essere curioso di conoscere il futuro, che è nelle mani di Dio e del quale è certo per le promesse divine, ma è necessario che conosca la strada da percorrere per non comprometterlo. Ciò che conta è l’atteggiamento da assumere “ora”.

Il lungo discorso si divide in due parti: la I (24,1-35) riferisce preziosi insegnamenti escatologici presi dalla tradizione di Marco che parlano della “fine”. La II, più lunga (24,3625,46), ne sviluppa le conseguenze pratiche, ampliando il materiale di Marco senza contenere tuttavia grosse novità rispetto ad esso e quindi riguardano piuttosto “il fine” di tutta la storia della salvezza.

· Va tenuto presente che le prime comunità cristiane del N.T. vivevano nella fede di Cristo venuto e, insieme, attendevano con speranza il suo ritorno. Lo scenario dentro il quale veniva descritto il ritorno era quello del linguaggio profetico-apocalittico nel quale gli annunci circa “la fine” conoscevano espressioni iperboliche e paradossali proprie di questo genere letterario, che mette insieme varie tradizioni e correnti di pensiero. Vi emergevano tre elementi: la grande catastrofe cosmica, il trionfo del “Figlio dell’uomo” (espressione tipica desunta dal profeta Daniele per designare il Messia) e il raduno degli eletti; anche se con molteplicità di linguaggi e di immagini. Dietro la molteplicità dei linguaggi e delle immagini evocate alcune comunità ritenevano imminente la venuta del Signore e altre no. Tuttavia ci sono alcuni temi costanti: la certezza che il vincitore della storia è il Risorto, la necessitò della vigilanza, il giudizio, senza morbose speculazioni sul “quando” e sul “come”. Sotto questo profilo «il discorso escatologico è la parte più difficile del Vangelo» (Benedetto XVI).

Per comprendere la ragione dell’attesa del Signore, talora anche impaziente, dobbiamo partire dallo “scandalo della croce”. Nonostante la morte-risurrezione di Cristo, la storia sembrava continuare come prima (il peccato, l’ingiustizia, la sopraffazione, la dimenticanza di Dio…) sia nel mondo che nella stessa comunità cristiana. La speranza dei profeti, ma anche dei discepoli, sembrava delusa. Di fronte a questa esperienza matura un modo “nuovo” di concepire la storia con due convinzioni: la prima è che il Cristo ritornerà, la storia si concluderà con la piena e gloriosa sua manifestazione; la seconda è che la vittoria di Dio – nonostante tutto – è già presente a livello di fede.

Da qui la vigilanza fatta di attesa e proiezione verso il futuro (speranza “ultima”) e l’impegno, perché “il futuro” sia costruito fin d’ora (speranza “penultima”).

· Un dato va finalmente sottolineato. Nel discorso – come si vedrà – s’intrecciano insieme insegnamenti e ammonimenti con parabole. Mentre i primi proiettano verso eventi futuri, le parabole hanno come obiettivo l’atteggiamento fondamentale da assumere che è quello della vigilanza, come già accennato.

I PARTE: La venuta del Figlio dell’uomo (24,1-35)

L’inizio del cap. (vv 1-2) e le circostanze in cui è pronunciato dimostrano chiaramente che nel discorso s’intersecano due temi diversi: la fine di Gerusalemme e del tempio (e quindi del giudaismo) e quello della venuta ultima del Signore e del giudizio.

· Anzitutto quello della distruzione di Gerusalemme e il crollo del tempio, avvenuta com’è noto ad opera dei Romani nell’a. 70. Ne abbiamo il “preludio” alla fine del cap. 23, dopo le aspre minacce di Gesù nei confronti degli scribi e farisei (vv. 37-39). Dal momento che il vangelo è stato scritto intorno all’a. 80 i fatti descritti erano già avvenuti ed erano stati vissuti in maniera drammatica dagli stessi evangelisti. La descrizione della devastazione di Gerusalemme è fatta con i colori di un evento analogo: quello che nel 167 a.C. il re siro-ellenistico Antioco IV Epifane compì introducendo nel tempio “l’idolo abominevole della desolazione”, cioè la statua di Zeus-Giove (cf. Daniele 9,27).

· Il secondo tema è invece quello della venuta piena e definitiva (parusía di Cristo) alla “fine del mondo”. E’ anzitutto evocata la fase che la precede e che attiene alla storia della Chiesa, caratterizzata da persecuzione esterna (vv. 9-10) e da crisi interne (vv. 11-12) che “raffredderanno” l’amore, e vedranno la presenza-azione di pseudo-messia, falsi cristi       (vv. 23-25).

Tra tante minacce e cataclismi c’è però un duplice annuncio di speranza e di salvezza: i giorni “cattivi” saranno abbreviati a motivo degli “eletti”, cioè dei membri fedeli del popolo (eletto) di Dio (v. 22). Il secondo è costituito dall’annuncio del vangelo che “frattanto” sarà annunciato e testimoniato nel mondo (v. 14).

Il vertice però di questa prima parte rimane la venuta del Figlio dell’uomo, la grande manifestazione che sigillerà la storia e porterà a compimento il progetto di Dio. In questo senso più che “della” fine del mondo occorre parlare “del” fine → traguardo ultimo del mondo e della storia (v.s.).

· Questa venuta sarà inattesa e destinata a tutti i popoli. Da notare che tutto il brano è pervaso da uno stato di tensione, di timore ma soprattutto di speranza ed è un invito a impegnarsi seriamente per il regno di Dio, lasciando al margine le cose secondarie (tutto il resto).

L’accenno alla “grande tromba” (v. 31) del raduno universale attorno al “segno del Figlio dell’uomo” (Cristo glorioso più che la sua croce!) che potrà così essere “visto”, fa parte del linguaggio apocalittico, a cui s’ispira anche S. Paolo (1 Cor 15,52; 1 Ts 4,16) oltreché l’autore dell’Apocalisse.

E’ la venuta nella “gloria” che si contrappone a quella povera e umile e della quale costituisce la conclusione.

· Questa I parte si conclude con una mini-parabola, quella del fico che con il suo fogliame segnala la vicinanza dell’estate. Allo stesso modo nella storia ci sono segni che ne indicano la direzione e la mèta. Il v. 34: «non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga» rende difficile l’interpretazione: Gesù si riferisce alla distruzione di Gerusalemme che la prima generazione cristiana riteneva imminente o alla parusia? Il problema resta aperto.

II PARTE: Vigilanza, impegno di servizio e di amore (24,36 ss.; 25)

· L’inizio di questa II parte è caratterizzato dalla risposta alla domanda sottesa all’inizio (24,36) circa il giorno e l’ora della fine (che riemerge anche al v. 13 del cap. 25).

E’ probabile che Gesù voglia spostare l’attenzione: da una curiosità morbosa agli impegni per prepararsi adeguatamente all’evento ultimo. Al fine di mettere in guardia dai rischi della dissipazione e della superficialità (come avvenne ai tempi di Noè per il diluvio – cf.  Gen 6,6-12;  2 Pt 2,5 ss.).

· La vigilanza è tema ricorrente di questa II parte. E’ termine ricorrente nella Rivelazione e nella liturgia. Si tratta di essere “svegli” (in contrapposizione al “dormire”, che evoca la “notte”…). E’ l’atteggiamento di chi sta all’erta, presupposto necessario per il “discernimento”. Cf. la sentinella… E’ illustrata con quattro parabole.

· Anzitutto quella brevissima del padrone e del ladro (24,43-44). Ripropone il motivo che la venuta del padrone è imprevedibile e improvvisa e perciò occorre “vigilare” (cf. 1 Ts 5,1-3).

· Poi quella dei due servi (24,45-51): c’è il domestico vigilante, fidato, prudente, e c’è il servo malvagio, dissipato e superficiale, che perciò resterà vittima dell’arrivo improvviso del padrone perché si è fatto lui stesso padrone, ricorrendo all’oppressione e abbandonandosi ai piaceri. Incorrerà così nella sorte degli ipocriti e dei malvagi. Il giusto modo di attendere, invece, è quello di impegnarsi nel servizio, nella carità e nella giustizia; in una parola: la vita di ogni giorno che è il contrario del disimpegno e di una malintesa rassegnazione (cf. 1 Ts 3,12 4,2).

Si precisa così il contenuto del “vegliare”-attendere.

· La terza parabola, quella delle ragazze sagge e delle stolte (25,1-13), affronta il tema da un altro punto di vista: bisogna essere pronti ad ogni evenienza, anche al ritardo. Esiste infatti un duplice pericolo: darsi alla follia perché il Signore ritarda oppure non avere la pazienza di attendere – anche a lungo – il suo ritorno. Occorre non dimenticare che il tempo è ricco di tante possibilità di salvezza, anzi se vissuto nella fede – ogni momento può essere “l’oggi” di Dio per chi vive nel tempo animato dalla speranza.

La parabola che riflette gli usi sponsali dell’antico Oriente (corteo dalla casa dello sposo e della sposa, grande banchetto di festa ecc.) è un vero capolavoro e apre a molteplici prospettive di riflessione.

· Infine la parabola di talenti (25,14-30) spiega che vigilare è passare dalle intenzioni/parole ai fatti e la scena del giudizio (vv. 31-46) precisa che i fatti in base ai quali saremo giudicati si riconducono all’amore. Viene posto in risalto il comportamento dei primi due servi, che mettono a profitto (anche se in diversa misura) i talenti ricevuti, con quello del servo “inutile”, fannullone e pauroso che si accontenta di seppellire il suo talento sottoterra. A quest’ultimo va tutta l’attenzione perché mostra di avere un rapporto con il suo padrone (Dio) ispirato solo dalla paura e da un’osservanza esteriore della legge. E’ una chiara allusione agli scribi e farisei che hanno nei confronti di Dio un timore servile, che si spinge fino alla pretesa di un rapporto sulla giustizia concepita in termini di parità: tanto-quanto. Dio invece vuole un rapporto d’amore ispirato dal coraggio, dalla generosità e soprattutto da una grande libertà interiore. Atteggiamenti che danno ulteriori sfumature alla vigilanza.

· Tutto il discorso si conclude con la grande scena del giudizio considerato per molti aspetti il testo più universalistico del N.T., perché l’appartenenza al Regno sembrerebbe non esigere l’esplicita (o piena) conoscenza di Cristo, ma la concreta accoglienza del fratello bisognoso. Tutto dipende però dal significato da dare ai “piccoli miei fratelli” di cui parla Gesù. Chi sono costoro con cui egli si identifica? I poveri semplicemente o i discepoli di Gesù? Prima di rispondere è bene mettere in chiaro tre affermazioni.

· Il giudice è chiamato “figlio dell’uomo” e “re”: presentazione solenne di Gesù perseguitato, crocifisso, rifiutato che ha condiviso in tutto la sorte umana e che perciò si è identificato con i più piccoli e rimane fedele allo “stile” dell’incarnazione anche nel giudizio.

· Si sbaglierebbe perciò se si volesse vedere in questa pagina una logica diversa da quella della Croce; quasi ci fosse un contrasto tra il Cristo incarnato e crocifisso e il giudice escatologico; in altre parole come se la logica dell’amore fosse sostituita alla fine dalla logica della potenza.

· Terza: altrove Matteo (e altri evangelisti) ci ha detto che al momento del giudizio gli uomini dovranno rendere conto di tutti gli atti della loro vita e persino di ogni parola. In realtà il giudizio  è costruito tutto sul “fare” e il “non fare”. E’ la tesi cara a Matteo: l’essenziale della vita cristiana non è di “dire” ma di praticare l’amore, avendo gli occhi aperti e le mani tese verso i poveri, i forestieri, gli oppressi. Questa è la volontà di Dio. Questa è la vigilanza.

Dunque piccoli e fratelli sono da intendere nell’uno e nell’altro senso espresso sopra: i discepoli esposti alle necessità e privazioni, ma anche tutti gli altri – di chiunque si tratti – poveri, perseguitati, forestieri, prigionieri. La carità, a cui è legata la “benedizione”, non conosce confini o categorie: è universale.


PREGHIERA

Signore Gesù,

Ti sei fatto compagno di viaggio dell’uomo

condividendone la sorte, fino alla morte di croce,

che hai definitivamente sconfitta con la risurrezione.

Ora vivi per Sempre. Sii benedetto!

Non sei assente e lontano da noi:

ci hai lasciato i segni della Tua presenza e la promessa che tornerai,

per portare a compimento il Regno dei cieli,

anche se non ne conosciamo né il giorno né l’ora.

Confortati e radicati in questa certezza

camminiamo nel tempo che passa,

con il cuore e lo sguardo rivolti a Te

che ci attendi e ci stai preparando un posto.

Ti preghiamo: tieni desta la nostra speranza!

Non venga meno l’impegno di edificare qui-e-oggi

la giustizia, la fraternità e l’amore, nel tuo nome;

fa’ che le contraddizioni, le disgrazie, le ingiustizie,

non ci abbattano o ci rendano dubbiosi o inoperosi.

Fa’ che vigilanti nell’attesa della Tua Venuta

ti riconosciamo e serviamo nei poveri, nei sofferenti,

negli esclusi e nei privi di futuro…

Per sentirci dire da Te, nel giorno che verrà:

“Venite, benedetti del Padre mio”.

Maranathà, Vieni Signore Gesù!